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Krishna e il culto del furto burroso
By: Mira Balsani
In un tempo lontano, nel cuore lattiginoso dell’India rurale, c’era un bambino che non smetteva mai di cercare il burro. Non per fame, non per capriccio. Ma per vocazione.
Si chiamava Krishna. E non era solo un bambino.
Era un dio.
Quando le donne del villaggio finivano di montare la panna e appendevano i vasi d’argilla pieni di burro fresco in alto, sotto i tetti di paglia, era solo questione di tempo prima che lui arrivasse. Scalava colonne, mobili, piramidi di amici. Raggiungeva quei vasi nascosti come se ogni arrampicata fosse un’ascesa mistica. E una volta raggiunto l’obiettivo, affondava le dita nella materia bianca, cremosa, viva. Il gesto era sempre lo stesso: rapido, carnale, inevitabile.
Rubava il burro. Sempre. Ovunque. A tutti.
Ma non era un furto qualsiasi. Era un atto sacro.
Un gesto che sfidava il controllo domestico, la logica della privazione, l’ideologia della purezza.
In una cultura dove il ghee – la versione chiarificata del burro – veniva venerato come l’essenza più alta, Krishna sceglieva l’imperfezione.
Il burro pieno. Umido. Sporco. Umano.
Perché il burro, in India, è molto più che cibo: è offerta, medicina, unzione.
Il ghee è la sublimazione, il residuo puro dopo il fuoco. Ma Krishna rifiutava la trasparenza.
Voleva la sostanza intera, grassa, sensuale.
Un culto del corpo. Un elogio dell’eccesso.
Le donne del villaggio – le gopi – lo sgridavano e ridevano, appendendo i vasi sempre più in alto per metterlo alla prova. Ma lui saliva lo stesso. Ogni volta. Come se in quel salire, in quel toccare il burro nascosto, si compisse qualcosa di più grande della disobbedienza.
Un’epifania grassa. Una preghiera con le mani sporche.
Krishna, il dio bambino, diventava così il primo grande dissidente del gusto.
Mentre gli altri veneravano il ghee, lui restava fedele al burro.
Perché dove il ghee si purifica, il burro contamina.
Dove il ghee si conserva, il burro si scioglie.
E dove il ghee si eleva, il burro si spalma, si addenta, si offre.
BURROCRAZIA celebra Krishna non come icona religiosa, ma come profeta untuoso.
Come patrono di tutti quelli che scelgono il gusto pieno, il morso scorretto, la materia viva.
In un mondo che chiede controllo, Krishna ci insegna a sporcarci le mani.
Perché ogni furto di burro non è un errore: è una liturgia.
E ogni morso, una consacrazione.
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